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"Giochi e giocattoli"-Intervista alla dott.ssa Laura Romano

29 Novembre 2016
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Come promesso ecco la nostra intervista della settimana!
 
Questa volta abbiamo lasciato la parola alla dott.ssa Laura Romano, consulente educativa e Formatrice, è laureata in Scienze dell’Educazione ed in Lettere Moderne ad indirizzo pedagogico presso le università milanesi; vive e lavora nel comasco, dove svolge attività libero-professionale di consulenza educativa individuale e familiare presso il proprio studio privato rivolta a bambini, adolescenti e genitori .
 
Buona lettura!!!
 
 
Gentile dott.ssa Romano, ci focalizzeremo in questa intervista su quello che a noi di LAM! sta più a cuore: il gioco e i bambini! Abbiamo letto con molto interesse il suo libro “Giochi e giocattoli. Crescere divertendosi” della Casa Editrice “Il Ciliegio” e ci farebbe piacere se potesse porre l’attenzione sulla definizione della parola “GIOCO”, così come nell’introduzione. Spesso il termine viene utilizzato impropriamente e soprattutto l’accezione di “gioco” applicata al bambino viene collegata a un’azione che non ha alcuna valenza al di fuori di quella dello svago. Sappiamo invece che non è così e che l’attività ludica, al contrario, ha nella crescita del bambino, un ruolo di fondamentale importanza. Quali sono le sue riflessioni in merito?

L’attività ludica è la forma d’espressione privilegiata in età infantile; rappresenta la via maestra attraverso cui il bambino entra in relazione con se stesso, con l’altro e con il mondo, attraverso cui esplora l’ambiente e il contesto che lo circondano e ricompone in modo creativo le informazioni e gli stimoli che riceve. Il gioco è la modalità attraverso la quale si rendono possibili numerosi e diversificati apprendimenti, relativi alle aree cognitiva, corporea, emotiva ed affettiva, relazionale e sociale con gli adulti e i coetanei. Queste considerazioni rendono evidente come l’attività ludica non possa essere considerata un banale “passatempo”; per essere autenticamente tale, tuttavia, il gioco deve presentare alcune caratteristiche; innanzi tutto, deve essere divertente, piacevole, gratificante; deve essere spontaneo, liberamente scelto, attivamente coinvolgente, sostenuto da motivazioni personali e non condizionato da richieste, aspettative, obiettivi fissati da altri (dall’adulto in particolare). Non va dimenticato, inoltre, come il gioco getti le fondamenta di ogni altro successivo apprendimento, poiché – durante l’attività ludica – il bambino mette progressivamente in gioco sviluppo degli schemi percettivi, attenzione e concentrazione, memoria, autocontrollo, competenze, capacità e abilità diversificate, responsabilità e creatività insieme.
In un certo passaggio del libro, si pone l’attenzione sullo sviluppo comunicativo e del linguaggio nel bambino. Molti genitori tendono durante il gioco o il dialogo con il bambino a usare quello che lei definisce “il bambinese”. Quali sono i suoi consigli per un corretto approccio comunicativo con il bambino in tal senso?
Il bambino è un individuo competente, “programmato” per apprendere sotto tutti i punti di vista, quindi anche nell’area della comunicazione (verbale e non verbale). Ovviamente, è indispensabile - rivolgendosi a un bambino - tener conto della sua età e utilizzare un vocabolario adeguato in quantità e qualità al suo livello di sviluppo. Questo, però, non significa rivolgersi a lui utilizzando termini impropri; il “cane” si chiama “cane”, non “bau” e la presunta semplificazione non rende più comprensibile il discorso. E’ sufficiente utilizzare frasi brevi, semplici nella costruzione, comunque sempre corrette e verbalizzare il nome proprio dell’oggetto che il bambino – per esempio – indica con il dito. Progressivamente, il vocabolario del bambino andrà ampliandosi e il suo linguaggio arricchendosi.


La parte su Winnicott e l’oggetto transizionale trova spesso spazio in molti articoli sia su riviste di settore sia sul web, ma non tutti i genitori ne conoscono il significato o ne hanno sentito parlare in questi termini. Può sintetizzare il concetto di “oggetto transizionale” e spiegare perché ha una tale importanza nella crescita del bambino? Fino a che età si può considerare accettabile- mi passi il termine-  l’utilizzo di un oggetto transizionale?

L’oggetto transizionale di cui parla Donald Winnicott – spesso definito in modo scherzoso “copertina di Linus” – è solitamente (ma non necessariamente) un oggetto morbido dal quale il bambino non vuole mai separarsi. La teoria di Winnicott considera le ragioni profonde per le quali tale oggetto assume un significato così rilevante per il bambino. Secondo questo studioso, il neonato si trova in uno stato di indifferenziazione rispetto al proprio ambiente, che – sostanzialmente - coincide con la madre (o, comunque, con la figura di accudimento primaria) e non si vive come separato e distinto da lei. In questa prima fase (che, secondo Winnicott, dura circa 6 mesi), il compito materno è quello di sostenere questa illusione, questa “allucinazione sensoriale”, offrendogli il seno proprio nel momento in cui il figlio lo “crea”. Intorno ai 5/6 mesi, però, emerge un primo cambiamento: il bambino è ora in grado di compiere azioni in qualche modo e misura intenzionali (lasciar cadere un oggetto, per esempio) e il compito materno si modifica. Ora la madre deve pian piano creare uno spazio mentale tra sé e il figlio, togliendogli gradualmente l’illusione che sia lui a “creare” il seno. Evidentemente, questo passaggio implica che il bambino viva una frustrazione. La graduale “acquisizione” della realtà viene collocata da Winnicott in uno “spazio” da lui definito “area transizionale”. Per elaborare la separazione dalla madre, il bambino utilizza un oggetto-ponte,  definito “oggetto transizionale”. Quale è la sua funzione? Perché è tanto importante per il piccolo? L’oggetto transizionale rappresenta un ponte fra dentro e fuori, nel senso che appartiene alla realtà esterna, concreta, ma – contemporaneamente – è anche un “prodotto interiore”, una creazione del bambino; esso rappresenta tanto il bambino quanto la madre, consentendo così al piccolo, almeno illusoriamente, di poter controllare la mamma, tenendola vicina quando ne avverte il bisogno e allontanandola quando sente di poter stare separato da lei. Per questo diviene così necessario nei momenti di fatica e di tensione, nei momenti in cui il bambino deve affrontare una difficoltà, per esempio l’addormentamento. Date tutte le precedenti considerazioni, risulta evidente come l’oggetto transizionale non possa essere trattato come un “giocattolo qualsiasi”; il genitore deve dimostrarsi estremamente delicato e rispettoso nelle situazioni in cui questo oggetto speciale ed esclusivo “sparisce” e il bambino piange disperato invocandolo. Mai rimproverare o deridere il piccolo che non riesce a trovare il suo rassicurante oggetto transizionale prima di andare a dormire o al nido o di partire per le vacanze; occorre tranquillizzarlo e aiutarlo attivamente nella ricerca. Un altro aspetto da tenere presente dal punto di vista educativo è che l’oggetto transizionale è esclusivo; non può essere condiviso, a differenza di altri giocattoli; inutile forzare il bambino a prestarlo al fratellino, alla sorellina, al cuginetto o a un piccolo compagno di giochi. La condivisione è un eccellente insegnamento educativo, ma non vale per il giocattolo prediletto, che il bambino stesso ha “creato” ed è parte di lui. E l’oggetto transizionale risulta rassicurante a tal punto che la sua funzione può durare per anni, anche quando il proprietario è diventato – agli occhi degli adulti – un “bambino grande”; non è infrequente osservare una “donnina” o un “ometto” che ricercano il loro orsacchiotto il giorno prima di fare l’ingresso nella Scuola Primaria.

Abbiamo trovato particolarmente stimolante la sezione dedicata ai libri. Spesso si pensa che finché il bambino non sia in grado di leggere da solo sia superfluo investire in molti libri, invece sappiamo che è l’esatto contrario: il libro ha un valore e un ruolo indispensabile nello sviluppo del bambino. Ce ne può parlare brevemente? Ha qualche titolo o autore che si sente di consigliare per la fase prescolastica?

I libri, purtroppo, spesso non vengono considerati giocattoli e non se ne coglie il valore pedagogico per il bambino che ancora non sa leggere, come se questo oggetto coinvolgesse esclusivamente l’intelligenza cognitiva e favorisse e sostenesse un unico tipo di apprendimento, ad essa correlato. In realtà, i libri rappresentano un eccellente proposta ludica già per i piccolissimi. Costituiscono un mondo metaforico, nel quale avventurarsi allo scoperta di sé e del mondo. Ovviamente, stiamo parlando di un libro-giocattolo adatto all’età del piccolo; un libro destinato a un bambino in età di nido sarà un oggetto stimolante dal punto di vista sensoriale (per la vista, certamente, con illustrazioni adeguate , ovvero chiare, semplificate, non eccessivamente particolareggiate, ma neppure povere, schematizzate, banali – ma anche per il tatto, morbido, ruvido, liscio…. per l’udito, come sono i libri sonori, che emettono melodie o i versi degli animali… Da non sottovalutare sono anche i libri-giocattolo veri e propri, che possiedono la forma di un animale o di un oggetto specifico (un treno, per esempio), utili per affinare la percezione e la motricità fine. Esistono poi i libri animati o movimentati (i personaggi si muovono azionando delle levette), che risultano “interattivi”.  Un bambino abituato sin da piccolissimo a considerare i libri come ottimi compagni di giochi, negli anni della Scuola dell’Infanzia sarà curioso di scoprire un mondo ancora più ampio e affascinante e la sua attenzione sarà catturata da testi illustrati che raccontano la vita di bambini di altri parti del mondo, con abitudini, usi e costumi diversi dai propri; da storie di amicizia; da argomenti che lo riguardano direttamente, come il corpo e l’affettività. Ovviamente, più si avvicina l’età scolare e più il bambino sarà attratto da libri che propongono lettere e numeri, poiché è pronto per questo tipo di apprendimento. Dopo i 6 anni (e in particolare verso gli 8/9), appresi i segreti della lettura, il bambino tende frequentemente a prediligere i “manuali”, che suggeriscono come esplorare e costruire, decorare e dare forma e quelli che raccontano le grandi imprese umane, le scoperte scientifiche così come i viaggi per terra e per mare e nello spazio. Una segnalazione che mi pare interessante proporre è rappresentata dalla collana “Le Ciliegine” – riservata alla fase 3-6 anni – della Casa Editrice Il Ciliegio.

Nel capitolo dedicato ai bambini dai 6 ai 9 anni, lei sottolinea come sia proprio "a partire da 6/7 anni che compaiono alcuni segnali di disagio, in particolare nei maschi: tic, balbuzie, enuresi”. Come cambia il bambino, in questa fase della scuola primaria? Cosa accade a livello emotivo/affettivo rispetto alla fase precedente? Come deve porsi un genitore di fronte a questi cambiamenti?

La fase evolutiva dai 6 ai 9 anni si caratterizza per la scoperta – da parte del bambino – delle proprie capacità, competenze abilità, ovvero dei propri punti di forza – cui, inevitabilmente – sono correlati dei punti di debolezza. Esperienze positive – di successo e di riuscita, cognitive, manuali, motorie, relazionali, sociali…. – rafforzano il suo senso di autoefficacia e la sua autostima, rafforzano il senso di padroneggiamento della realtà e sostengono la sua naturale industriosità. Evidentemente, non tutto può sempre filare liscio; il bambino incontrerà anche ostacoli che non riuscirà a superare e farà esperienza di frustrazione e delusione. Rispetto a quando era più piccolo, la manifestazione delle sue emozioni negative tenderà a divenire via via meno visibile, meno “teatrale”, talvolta appena accennata. Questo non significa, tuttavia, che il suo mondo emotivo non venga scosso da veri e propri “terremoti”. E nei bambini che tendono a non manifestare mai – con i comportamenti e con le parole – la rabbia, la paura, la frustrazione – talvolta compaiono dei “sintomi”, poiché il corpo racconta il loro malessere non verbalizzato; ecco l’origine possibile di tic e balbuzie, il ripresentarsi dell’enuresi. Il livello di sviluppo cognitivo proprio di questa età, comunque, consente al bambino – se adeguatamente guidato dall’adulto – di imparare ad accettare, esprimere e gestire le emozioni negative e, dunque, di superare la fase di difficoltà. E’ importante che il genitore accolga le emozioni negative del bambino senza criticarlo eccessivamente, senza giudicarlo e condannarlo, bensì fornendogli gli strumenti per riconoscerle, nominarle e governarle.
 

Nel medesimo capitolo lei dedica una sezione ai videogiochi. Ci può dare il suo punto di vista sull’utilizzo dei videogiochi in questa fase evolutiva?

I videogiochi vengono frequentemente demonizzati. Come per ogni altra questione, tuttavia, non ha molto senso farsi sostenitori del “no” senza appello o paladini del “sì” acritico; meglio considerare attentamente due aspetti estremamente rilevanti: la qualità e la quantità. Un utilizzo massivo, pervasivo dei videogiochi (fino all’abuso o alla dipendenza vera e propria) e – a maggior ragione – di videogiochi inadeguati e diseducativi (per esempio, violenti) risulta indubbiamente rischioso o francamente dannoso, incidendo negativamente sul corpo, sulla mente e sulle emozioni dei bambini (e non solo). Stiamo parlando, comunque, di quantità (quanto tempo un bambino dedica ai videogiochi?) e di qualità (quali videogiochi utilizza?), ma – soprattutto – di competenza educativa genitoriale. Facciamo un esempio; se un bambino trascorre 5 ore al giorno davanti alla consolle, dove sono i suoi genitori? Oppure, che indicazioni pedagogiche i genitori hanno dato alle figure adulte che si occupano del bambino in loro assenza? Se un bambino si dedica ad un videogioco violento, chi l’ha acquistato? E se gli è stato regalato, i suoi genitori l’hanno visionato, prima di concederglielo? In effetti, un videogioco può rappresentare un’attività ludica fra le altre, talvolta addirittura favorendo svariati apprendimenti positivi. Il linguaggio videoludico si fonda su una grammatica e una sintassi che stimolano la coordinazione oculo-manuale (la stessa richiesta a scuola per copiare dalla lavagna); che richiedono di far convergere obiettivi e tempi; che favoriscono il pensiero in parallelo, poiché le informazioni vengono acquisite contemporaneamente attraverso più canali (stimolazione plurisensoriale) e gestite in modo simultaneo. Tutto sta, dunque, in un corretto atteggiamento pedagogico genitoriale: in una scelta attenta e consapevole di videogiochi adeguati (in alcuni è possibile scegliere, creare e “costruire” l’ambientazione, i personaggi, la trama…dando spazio alla fantasia e alla pianificazione) e in una limitazione del tempo riservato a questa specifica attività ludica.


Infine, lei come LAM! ha dedicato una riflessione ai bambini con bisogni speciali, consigliando giochi e approcci ludici per aiutarli nella loro crescita. Noi ci scontriamo quotidianamente con l’ottusità delle aziende del giocattolo che non si pongono di fronte all’ interrogativo su come creare giocattoli “design for all”, dove naturalmente il “for all” non potrà mai compiersi in tutta la sua pienezza proprio per la natura differente dei disturbi e delle patologie nei bambini, ma che almeno si avvicinerà ai bisogni di un numero maggiore di essi. Come mai, però, si parla così poco di giocattolo inclusivo? Si tratta solo di privilegiare i prodotti che vendono e producono fatturato a discapito di una nicchia ancora poco esplorata e complessa o ci si scontra con le mille nozioni che si debbono possedere per affrontare una progettazione così settoriale e “delicata”, che sicuramente comporta anni di ricerca e sviluppo e collaborazioni a più livelli? Qual è il suo punto di vista in merito?
 

La questione è complessa e affascinante. Indubbiamente, la varietà di tipologie di difficoltà (motorie, sensoriali, cognitive,,,) che si possono incontrare progettando e realizzando giocattoli per bambini con bisogni speciali può rappresentare un ostacolo; e, altrettanto, può costituire un ostacolo la necessità di collaborare all’interno di un’équipe multidisciplinare per realizzare questo tipo di progetti. Il fatto che esistano ostacoli, tuttavia, non può divenire un alibi per non intraprendere con consapevolezza e decisione la via del giocattolo inclusivo e design for all. Credo che sia possibile rintracciare due motivazioni dietro lo scarso investimento dedicato a questo tipo di prodotti; una può essere certamente riferita al fatto che “il gioco potrebbe non valere la candela” (anni di ricerca, progettazione… mercato ridotto…. costi molto elevati, benefici incerti); l’altra, tuttavia, a mio avviso, potrebbe essere il retaggio di una cultura dura a morire, riferibile all’utilizzo quasi esclusivamente terapeutico di giochi e giocattoli con bambini con svariati tipi di disabilità, come se fosse possibile trascurare – con loro – quelle caratteristiche che rendono tale il gioco e che abbiamo elencato all’inizio di questo dialogo. Il gioco non può non deve essere esclusivamente cura, bensì piacere, gratificazione, attività che genere benessere. E. in quest’ottica, vanno pensati i giocattoli per bambini con bisogni speciali.

Ultima domanda: quanto valore va dato al ritorno del bambino a quello che un tempo costituiva la più grande fonte di gioco/crescita/socializzazione: il cosiddetto “gioco nel cortile”? Ora i bambini sono spesso molto soli, giocano in spazi chiusi e raramente se non in ambienti scolastici o extra scolastici si confrontano tra loro in un gioco libero all'aperto, come avveniva in passato. Ci sono molti più giocattoli in commercio (e nelle case), eppure la noia è aumentata e la capacità di inventare giochi in autonomia è drasticamente diminuita. Molti genitori addirittura ci scrivono che non fanno fare certi giochi all’esterno perché il bambino si indebolisce, prende freddo, si sporca, ecc ecc, tutte obiezioni che nessuna delle nostre nonne o madri avrebbe mai preso in considerazione. Quanto bisogno avrebbero, secondo lei, i bambini di oggi in particolare nelle città, di ricongiungersi con la natura, l’ambiente esterno, l’esplorazione degli altri anche attraverso dinamiche meno convenzionali dell’ambiente scolastico?

A mio avviso, ne avrebbero tantissimo bisogno. E per molte ragioni, differenti e complementari. Ne trarrebbero beneficio dal punto di vista corporeo e motorio; dal punto di vista dello sviluppo cognitivo ed emotivo-affettivo; in particolare, dal punto di vista socio-relazionale con i coetanei, che è l’aspetto sul quale vorrei soffermarmi. I bambini contemporanei fanno esperienza ormai quasi esclusiva di relazioni fra pari all’interno di gruppi formali, “coatti” (come il gruppo-classe scolastico), costituiti sulla base di iscrizioni effettuate dagli adulti; guidati da un adulto leader designato, con un ruolo formale; organizzati attorno ad una attività specifica, definita, con obiettivi dichiarati, con tempi, spazi e modi strutturati piuttosto rigidamente. Le relazioni all’interno di questa tipologia di gruppo sono – in misura variabile, ma comunque significativa – eterodirette dalle regole date dall’adulto e dall’attività stessa e molto raramente possono essere modificate dall’accordo intragenerazionale dei bambini stessi. Questo significa che per ritrovarsi in un contesto relazionale nato e cresciuto sulla base di “affinità elettive”, per fare esperienza di un gruppo i cui membri si sono liberamente scelti e in cui le dinamiche andranno gestite in proprio, ricercando un equilibrio fra accoglienza e conflittualità, fra aiuto reciproco e rivalità… occorrerà attendere la preadolescenza/adolescenza. E imparare tutto questo senza aver avuto l’opportunità di allenarsi gradualmente negli anni infantili, poiché le dinamiche – nei gruppi formali – sono sempre state mediate da un adulto. Giocare liberi “nei cortili” ha sempre rappresentato una straordinaria palestra di vita, un apprendistato in vista della graduale apertura al mondo extrafamiliare, che – con il passare degli anni, dall’infanzia alla preadolescenza  – va complessificandosi e ampliandosi sempre più; non vivere questa esperienza rischia di lasciare le nostre ragazzine e i nostri ragazzini “sguarniti” di fronte alle dinamiche di segno negativo che inevitabilmente incontreranno nella “compagnia” adolescenziale.
 
 
Grazie Laura per il tuo contributo!
Per ulteriori info vi rimandiamo alla pagina: http://www.lauraromano.it/
 
Stay Tuned per la prossima storia!
 
 
Anna
 
 
 
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